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Quando ridi sei sempre in compagnia ma quando piangi...piangi da solo.

sabato 16 maggio 2009

Il 24 Maggio ore 18 presentazione a Montesilvano, sala Di Giacomo, Palazzo Baldoni.

Oscaro Biferi, giornalista


Francesco Di Rocco, Attore Andrea Diletti, cantautore
Ragazzi sono molto emozionata per il 24 Maggio perchè gioco in casa, a Montesilvano, per presentare Daimon, questo libro sulla via della felicità.
Il 24 maggio alle ore 18, oltre all'attore Francesco Di Rocco che leggerà alcuni brani del libro, ci saranno, niente po po di meno, Oscaro Biferi, giornalista e consigliere illuminato di Montesilvano, sensibile alla lettura e il grande Andrea Diletti, cantautore che renderà ancora più prezioso l'evento.
Fatemi un regalo: cercate di essere presenti, so che ci sono comunioni, matrimoni, il sole, il mare, ma la Sala Di Giacomo di Baldoni è bella fresca e confortevole e vi prometto che non vi annoierete!
Popolo di libri, vi aspetto!
Nun me lasciate sola!
Potere ai libri!!!!!

lunedì 4 maggio 2009

Storia di un piccolo Clown

C’era una volta, ma in fondo ancora c’è, un piccolo Clown, dai capelli ricci e gialli, il solito naso rosso e il vestitino colorato.
Il clown era portatore sano di gioia e allegria per la città.
Il suo contagioso buon umore accendeva sorrisi e metteva in fuga la tristezza.
Non chiedeva nulla, solo un sorriso.
Viveva in un prefabbricato piccolo e colorato a tre Km dalla città, abbandonato ormai da tempo. Dormiva su un materasso di foglie di granturco e si copriva con pezzi di lana trovati qui e là. Una nonnetta che abitava in città, ogni mattina lo aspettava per offrirgli fette di ciambellone al cioccolato e un bicchiere di latte e questo gli bastava per ricaricare lo spirito ogni giorno.
Passava la mattina presto per la via dei mercati e salutava tutti i commercianti con un: “Salve!”
Era pronto a danzare nei giardini comunali intorno agli innamorati per rendere magica l’atmosfera.
Camminava tutte le mattine sotto le scuole per salutare insegnanti e alunni.
Era sempre disponibile a scambiare quattro chiacchiere con le mamme che andavano a fare la spesa.
Se vedeva una persona su una panchina da sola e triste andava lì per cercare di tirarla su di morale.
Per il piccolo clown il mondo era un parco giochi e lui si girava tutte le giostre.
Un giorno era vicino al Palazzo di Giustizia e vide un uomo tutto vestito di nero dallo sguardo accigliato e il passo veloce.
Lo seguiva con lo sguardo mentre costruiva insieme a Clochard due ali di carta. Lo vide entrare nel Palazzo e pensò: “ Come è triste quell’uomo”
Il suo amico Clochard lo guardò intensamente e gli disse: “ Allora ti sei fermato?”
“Oh no, solo pensavo che…”
“ Non pensare piccolo Clown e aiutami a finire queste ali”
Improvvisamente ebbe come un incubo: cominciò a notare che tutti gli uomini e le donne che passavano di lì per andare nel Palazzo entravano ed uscivano con la stessa espressione accigliata di quel signore di prima. Alcuni erano pure tanto preoccupati e allora chiese a Clochard:
“Ma sono nuove queste persone?”
“No, ci sono sempre state!”
“ Ma che ha fatto questa gente perché non ride mai?”
“ Non hanno alcun motivo per ridere”
“ Ne sei sicuro?”
“ Non mi pongo il problema.”
Costruite le ali per il suo amico, trasecolato, cominciò a girare la città e per la prima volta in vita sua si accorgeva di quanti accigliati c’erano in città.
Scoprì che c’erano molte persone vestite di scuro che camminavano preoccupate per la città. Persone che avevano un gran privilegio: la possibilità di aiutare chi era ammalato, chi ingiustamente accusato dalla società, o i bambini che dormivano al freddo.
Perché erano così tristi? Strano!
L’ingenuo Clown la mattina seguente si fermò sotto l’androne dell’ospedale e aspettò un dipendente qualunque del servizio sanitario perché voleva sapere il motivo della tristezza di queste persone e se avesse potuto rallegrarle. Passò una giovane donna vestita con un camice bianco e pensò subito che fosse una benefattrice della salute; con grazia la fermò e le disse:
“Buongiorno!”
“ Ma che vuoi? Sei scappato da psichiatria?”
“Io no!”
“Adesso mi sentono quei babbei!”
Se ne andò correndo e furiosa, non era chiaro se fosse più furiosa o se corresse di più.
Allora il Clown pensò di cambiare aria e andare davanti al Palazzo di Giustizia.
Si mise davanti al portone e fermò il primo accigliato vestito di scuro:
“Buongiorno!”
“ Non ho soldi da darti!”
“ Ma io..”
“Uh non ho tempo da perdere!”
E anche questo signore era strano.
Allora pensò di recarsi al Comune per avvertire i simpatici amministratori della città. Mentre correva verso il Municipio pensava preoccupato:
“Loro devono sapere cosa sta accadendo e sicuramente risolveranno la situazione.”
Arrivò davanti al Municipio ed entrò; chiese subito affannosamente ad un signore che era lì seduto:
“Devo dire una cosa importante al comandante della città!”
“ Al sindaco?”
“Si chiama Sindaco?”
“Sì, ma adesso è impegnato, prova al secondo piano stanza TRE”
“Grazie!”
Salì di fretta le scale e entrò nella stanza tre ma dopo averlo guardato con aria di sufficienza lo ammonirono:
“ Fai la fila come gli altri!”
“Oh mi scusi”
“Maleducato”
“ Ma io devo parlare con il sindaco e devo dirgli una cosa importante”
“ Se hai perso il circo il sindaco non può fare niente! AH, Ah!”
“Non ho perso il c…”
“Fuori!! Fai la fila”
Fece un’ora e mezza di fila e poi capì che l'arpia allo sportello non poteva fare nulla se non prenderlo in giro.
Allora si mise su una panchina ad aspettare il sindaco.
Chiedeva a tutti quelli che entravano e uscivano di lì:
“ Tu sei il sindaco?”
Ma non riuscì ad incontrarlo.
Intanto vedeva che le persone diventano sempre più accigliate più strane.
Pensava: “ Ma come mai non me ne sono accorto prima?”
Provava a salutare le persone e a sorridergli ma niente, lo guardavano come se fosse un pazzo.
Rimase seduto su quella panchina per alcuni giorni. Poi improvvisamente si fermò una ragazza bellissima e gli disse:
“ Ciao piccolo Clown”
“Ciao”
“Cosa hai fatto non sorridi più!”
“Che sorrido a fare in un mondo dove nessuno sorride più?”
“ Ma il mondo è sempre stato così; sei tu che non sorridi più, non il mondo!”
Il Clown si girò la guardò e le chiese:
“Sai perché le persone che hanno il privilegio di aiutare gli altri sono tristi?”
“ Come aiutare gli altri?”
“ Guarire le persone, aiutare chi è stato ingiustamente accusato e altro.”
“Ah! Tu parli di Avvocati, dottori e via dicendo?”
“ Non so il loro nome”
La bella ragazza lo guardo intensamente quasi commossa dalla ingenuità del clown, mentre insisteva:
“ Tu sai perché?”
“Dovresti chiederlo a loro”
“Ho provato ma è impossibile, vanno di fretta, sono agitati, sempre arrabbiati e a volte sono anche offensivi.”
“Forse perché…. non lo so”
La bella ragazza si alzò lo salutò e andò via.
Dopo un po’ arrivarono due ragazzi con una bottiglia di birra in mano e un po’ brilli.
“ Ciao piccolo clown!”
“Ciao!”
“ Ma tu non cresci mai rimani sempre piccolo, vai in giro ancora a fare il clown?”
“ Ma io sono un clown!”
“ Quando la finirai di farti prendere per i fondelli dalla gente?”
“ Perché mi prendono per i fondelli?”
“ Tu che pensi? Ah, Ah!”
“ Io non mi ponevo questo problema fino a che non siete arrivati voi!”
“ Piccolo Clown non ti sembra ora di crescere?”
“ Crescere? In che senso?”
“ Ma sei ritardato? Crescere, diventare adulti, trovare un lavoro, sposarsi avere dei figli, giocare al lotto e sperare di vincere tanti miliardi che ti cambiano la vita.”
“Ma a me dei soldi non importa!”
“ Tutti così dicono e poi invece quelli fanno girare il mondo.”
“ Io non so cosa fa girare il mondo ma a me importa solo ridere e godermi il periodo di tempo su questa terra e far ridere anche gli altri.”
“Ma a chi fai ridere tu, sei patetico, vai in giro rompendo le scatole a tutti. Se io non voglio essere allegro non puoi obbligarmi, mi dai pure fastidio.”
“ Oltre a prendermi in giro io rompo pure le scatole?”
“ Sei inutile tu per tutti”
“ Credi davvero?”
“ E’ così”
“ Ma sei tu a pensarlo?”
“ Tutti lo pensiamo. C’è una soluzione: adattati e cresci. Non desideri anche tu un’automobile?”
“No”
“Una casa?”
“ C’è un tetto che mi protegge”
“ Cosa quella baracca?”
“ Io sono felice così.”
“La tua felicità durerà ancora per poco, perché lì il Comune sta per farci una discarica.”
“ Ed io non posso rimanere lì?”
“ Una discarica è tossica, è immondizia”
“ Se è tossica perché la fanno?”
“ A me non frega niente, ma tu non puoi stare lì. La butteranno giù la tua casa.”
“ Ma tu come fai a sapere tutte queste cose?”
“Mio padre è il sindaco di questa città”
“ Come può il sindaco essere padre di un ragazzo come te?”
“ Perché lui è peggio di me!”
“ Non ci credo”
“ Perché non dovresti?”
“Allora a lui non interessa che le persone siano tristi?”
“Non gliene può fregare di meno.”




Il piccolo Clown, si alzò dalla panchina, triste e sconsolato, e cominciò a camminare, camminare e ancora camminare.
Non gli importava nulla del mondo voleva uscire da quel parco giochi, perché non era divertente era macabro.
Improvvisamente si accorgeva di come era putrido il mondo. Ma perché?
“Ma che ci faccio io qui?”
Si chiedeva.
“Chi rende il mondo così?”
Realizzò alla fine:
“Se tutti gli esseri umani sono così anche io diventerò come loro?”
Dormì in un bosco. Sotto un albero.
Aveva fame tanta fame. Si guardò intorno e vide un albero di frutta e pensò:” Per un po’ posso rimanere qui. C’è anche un ruscello”.
Dopo un po’ di tempo si era abituato a dormire sotto le stelle, a mangiare solo frutta e bere acqua del ruscello ma ad una sola cosa non riusciva ad abituarsi: la solitudine.
Gli veniva da piangere, si sentiva abbandonato e triste. Non era vita quella. Era sopravvivenza.
Pensò ad un fatto: “Se torno in città mi sentirò lo stesso solo.”
Come disse il figlio del sindaco c’era un’unica soluzione: crescere.
Come pensò a questa parola abbassò gli occhi e si strappò la parrucca dalla testa.
Si avvicinò al ruscello, si specchiò per l’ultima volta e poi si cominciò a pulire il viso. Via il rosso passione per la vita sulla bocca; via il bianco ingenuità sotto gli occhi e via la spensieratezza del rosso sulle gote e sul naso.
Scoprì che era una donna.

Sincronia dimensionale

Sarà tra breve, un attimo di calma nel vento, e un’altra donna mi partorirà
Kahlil Gibran


Silvia chiuse la porta di casa, infilò la chiave nella serratura e, come di consueto, diede due giri di chiave per sicurezza.
Era seriamente in ritardo e non aspettò l’ascensore, optò per le scale.
Era proprio buffa quella mattina: il cappotto a tre quarti svolazzava dietro di lei come fosse la mantella di un super eroe; i tacchetti delle scarpe scivolavano, sgommando alle curve dei corridoi; la borsa era tenuta nella mano destra come il testimone di una corsa a staffetta; i capelli elettrizzati, con immediato effetto strega e il trucco colante per la corsa affannata. Accadeva spesso la mattina quando si accorgeva di essere in ritardo, ma questa, in particolare le rimase impressa per tutta la vita.
Uscita dal portone, si fermò per un secondo a ricordare dove era parcheggiata la sua vettura. La vide accostata lungo il marciapiede di fronte, a pochi metri a destra; allora schizzò come un fulmine in quella direzione; conquistato il centro della strada, Silvia non s’accorse che da sinistra, ad elevata velocità proveniva un’automobile. In una frazione di secondo, lei si girò e capì che tutta la sua corsa nel tempo era stata la cosa più inutile della vita.
Una stridula frenata, la spinta in aria del suo corpo nel rispetto di tutte le leggi della fisica, un silenzio breve ma profondo e poi un tonfo imprimevano i suoi ultimi pensieri nell’anima, come l’ago di una macchinetta per tatuaggi permea l’epidermide.
Il quadro della realtà scomparve per Silvia, come se fosse una tv con il tubo catodico guasto: anche se la lasci accesa non la guardi più, in attesa che il tecnico la venga ad aggiustare. In mancanza della piena funzionalità della tv, osservi i tuoi familiari, colloqui con loro, ricordi di amarli, cucini con loro prelibatezze fuori orario, così allo stesso modo l’essenza di Silvia si girò verso se stessa e cominciò ad osservarsi e a parlarsi.

Roy e Erin si erano appena conosciuti in un locale a 5 miglia da Adelaide. Si guardavano negli occhi intensamente. Lei sapeva cosa voleva l’affascinante ragazzo, che, con la scusa di offrire una birra, si era seduto vicino a lei e alla sua amica. Erin non era andata in quel locale per rimorchiare ma solo per distrarsi un po’ dal lavoro. Lui era così invitante con lo sguardo di chi potrebbe introdurti in un mondo di fugace ma intenso sollazzo rosso passione. Era consapevole che quello non era l’incontro con l’amore della sua vita ma solo una tentazione del piacere. Lui continuava a parlare del suo viaggio alle isole Figi e con la sua caviglia sfiorava quella di Erin. Mentre Vinicius, dibatteva di politica con Jenny, nel mondo ma isolati da esso, Roy sorrideva e guardava Erin, roteando lo sguardo verso i loro amici che discutevano appassionatamente. Lui le parlava sommessamente chiedendole cosa faceva, dove abitava. E lei ad ogni sguardo, ad ogni domanda di lui si sentiva un’intensa fibrillazione ai muscoli striati dello stomaco. L’apice di questa ipertensione muscolare venne raggiunto quando Roy le chiese, con sguardo diretto e definitivo: “Sei impegnata con qualcuno?”
Erin, che fino a quel momento non riusciva a staccare lo sguardo dalle labbra carnose di lui, abbassò gli occhi.
La risposta a quella domanda era importante. Avrebbe determinato l’esplicito invito ad una notte di fluente piacere.
Erin doveva decidere nel volgere di un attimo se bere, non per idratare lo spirito, ma per soddisfare un capriccio del corpo.
E così rispose: “ No, sono libera”.
Alla parola libera affiancò uno sguardo tendenzioso, che Roy, da buon volpone maschio, raccolse al volo.
Quando due corpi sono tesi l’uno verso l’altro, gli sguardi spingono a giocare a carte scoperte. Non occorre proferire verbo, il nostro corpo si esprime in modo esatto, preciso e comprensibile.
Erin e Roy piroettarono senza rete nell’aria, in un circo vuoto, per tutta la notte.

Il padre di Silvia era seduto nella sala d’aspetto del reparto intensivo di rianimazione.
Guardava i dottori correre avanti e indietro preoccupati.
Giovanna li seguiva, chiedeva agli infermieri come andava la situazione, senza fermarsi mai.
E poi la notizia non tardò più di tanto ad arrivare. Un camicie bianco, a passo semi lento, a testa bassa, con il dito indice curvato, appoggiato sotto il naso, percorreva il lungo corridoio a sinistra della sala d’aspetto. Era diretto verso i genitori di Silvia.
La ragazza era in coma.
Silvia non soffriva. Il suo corpo era lì, su quel letto d’ospedale, ma la sua essenza si era tuffata in un mare avvolto da una luce buia. Seguiva la corrente trasportata su se stessa. La serenità del viaggio rendeva impermeabile l’essenza di Silvia da ogni pensiero e ricordo.
Un invisibile cicerone le sussurrava la via per non perdersi.

La mattina dopo Erin si svegliò, preparò la colazione, si vestì e si avvicinò a Roy che dormiva ancora.
Rimase ad ascoltare il suo respiro per qualche secondo, poi gli diede un bacio sulle labbra e andò via. Il film era terminato.

Silvia era sempre immersa nel mare avvolto da luce buia.
Ma era entrata in una enorme cavità scura in cui l’unica luce era emanata solo dalla sua essenza.
Una sensazione di sicurezza e protezione rendeva tranquilla la permanenza in quella cavità senza uscita.

Erin quella mattina si sentiva scombussolata. Questo stato durò per alcuni giorni. Andò dal dottore dopo aver fatto un test domestico di gravidanza. I suoi sospetti vennero confermati: era incinta di Roy.

I genitori di Silvia erano avvolti dal dolore e dalla profonda confusione provocata dalla scelta da prendere nel caso in cui i dottori gli avessero comunicato la morte cerebrale definitiva. A quel punto probabile.

Silvia stava bene.

Erin aveva già deciso.

I genitori di Silvia avrebbero voluto barattare la loro esistenza con quella della figlia. La morte quando ti passa accanto non va via mai a mani vuote.
Erin entrò in ospedale si adagiò su una sedia della sala d’aspetto con il capo chino e la giacca sulle braccia.
Impose a se stessa di non chiedersi cosa stava facendo; se fosse giusta o sbagliata la sua azione.
Pensò al suo lavoro, alla spesa, al film Casablanca e poi venne chiamata. Si alzò decisa e con passo svelto andava a liberare il suo ventre.

Silvia improvvisamente si sentì affogare, cadere giù nel baratro scuro. Prima lentamente poi acquistando sempre più velocità.

Erin si sdraiò sul lettino dopo la prima puntura pensò che ormai era fatta, non si poteva tornare più indietro. E così fu.

Silvia precipitò in un vortice nero e rosso; superato il vortice scorse una luce e cadde nell’ultimo tratto silenzioso. Mentre si avvicinò alla luce sentì un sussurro di voci. Arrivò alla luce e la oltrepassò.
Un rumore squarciante la spinse ad aprire gli occhi: si era finalmente svegliata.

La finestra

E’ il 1984. La serranda di una finestra al quinto piano si apre.
E’ il primo giorno di scuola superiore di Giovanna: la finestra è della sua camera.
Giovanna si prepara, è molto emozionata; la radio sta trasmettendo Sexcrime. E’ piena di speranza, ha un’intera vita davanti a sé e vuole percorrerla con amore e gioia.
La madre la chiama; ormai è ora di andare alla nuova scuola.
Giovanna esce.
La madre fa scorrere giù la serranda.

1987: la serranda si alza. Giovanna è grande, ora ha 17 anni. I ragazzi le telefono a casa ma lei mostra chiaramente che non le interessa fare la fidanzatina. Le piacciono i ragazzi ma non certo quelli intorno a lei; sogna gli amori impossibili e per il momento sta bene così.
Viene Sabrina, una delle sue due migliori amiche, le racconta di un ragazzo che le piace e poi ascoltano insieme l’ultimo LP di M. Jackson.
Dopo aver volato con Bad, mettono su Thriller e ballano I Want be startin’ something, mentre Tamara, l’altra cara amica, le guarda prendendole in giro.
Poi sognano, sognano, sognano.
Giovanna prende il microfono lo attacca allo spinotto dello stereo e insieme a Tamara e Sabrina registrano le loro voci mentre cantano, recitano, scherzano.
E’ sera: Tamara chiude la finestra e cala la serranda.

1990: Si rialza la serranda e appare Giovanna, visibilmente più grande. Il suo sguardo e più maturo e consapevole. E’ un pomeriggio d’estate. Suona il campanello: un ragazzo. Lei lo invita ad entrare in camera sua, gli dice che non ci sono i suoi genitori; sono partiti.
Si baciano e …
Dopo essere stati insieme, lui le chiede:
Vuoi diventare un avvocato?
No!
Risponde lei.
Allora perché ti sei iscritta a Giurisprudenza?
M’interessa prendere una laurea.
Cosa ti piacerebbe fare?
In realtà io voglio diventare un’attrice.
Lui la guarda e sorride allora lei si alza quasi seccata e riabbassa la serranda.

1992: Giovanna alza la serranda e si stira allargando le braccia; poi torna a studiare: sta preparando un esame.
Viene a trovarla Tamara che è appena tornata dal suo viaggio di nozze.
Giovanna è dispiaciuta, perché in fondo la sua amica si è sposata troppo presto!
Dopo un po’ entra anche Sabrina in camera e chiude guardinga la porta e poi esclama:
Festeggiamo?
Allora Tamara caccia il fumo dalla tasca.
Giovanna e Sabrina stanno preparando una recita per uno spettacolo in una sagra paesana. Sembra che nulla possa cambiare, che tutto sia fisso, fermo, stabile.
Nonostante Tamara si sia sposata resta a sognare con le sue amiche. Le tre ragazze ascoltano la musica e hanno ancora la forza di ergersi in volo con la mente. Ma squilla il telefono: è il marito di Tamara.
Deve andare ora.
Giovanna e Sabrina rimangono sole a sognare.
Sabrina si alza, fa un sospiro e chiude la serranda.

1995: Si rialza la serranda. C’è aria di festa.
Giovanna si è laureata, Tutti sono allegri ma Lei no.
Sabrina, mentre si congratula con lei, le dice:
Allora ci salutiamo adesso, parto domani mattina.
La sua migliore amica va in Inghilterra per seguire il suo ragazzo e non sa quando tornerà, se ritornerà.
Giovanna diventerà un avvocato oppure no.
Diventerà un’attrice oppure no.
Diventerà qualcosa oppure no.

1997: Si rialza la serranda. Giovanna ormai è proprio una donna.
Come il suo primo giorno di scuola superiore la madre la chiama e lei si prepara. Mentre si sta vestendo l’occhio le cade su una foto scattata da suo padre, in cui si vedono lei e Sabrina ballare e sullo sfondo Tamara stravaccata sul letto che le guarda.
Si gira apre l’armadio, tira fuori la toga e la fissa per un attimo.
Dai altrimenti fai tardi!
Le dice la madre.
Giovanna allora esce dalla camera: nel momento stesso in cui la porta viene chiusa la serranda scende di botto da sola: si è rotta.

Storia di una persona vuota

Ogni mattina apriva le palpebre alle 8.00 in punto. Scattava seduto sul letto, sbadigliava e si voltava verso la sveglia. La sua grande sfida consisteva nel bloccarla prima che suonasse. E ci riusciva sempre!
Spostava le coperte e calava i piedi sulle pantofole. Si alzava e andava ad orinare. Poi faceva le solite abluzioni, si guardava distrattamente allo specchio e tornava in camera per vestirsi. Indossava gli abiti preparati con cura la sera prima, prendeva le chiavi, il cellullare ed usciva di casa. Durante questi 10 minuti prima di raggiungere l’ascensore, pensava alle commissioni che doveva svolgere quel giorno in ufficio.
Raggiunta l’automobile saliva e partiva.
Durante il tragitto incontrava sempre tanto traffico per la città, ma è risaputo che ci si abitua a tutto.
Accendeva la radio per ascoltare il notiziario.
Arrivato a destinazione cercava un parcheggio e non lo trovava. Poi esclamava sistematicamente: ” Siamo troppi sulla terra!”
Girava ancora una volta intorno all’isolato senza successo e diceva: ”Ma non potete andare con l’autobus?”
Finalmente dopo appena 15 minuti trovava posto e si fiondava per occuparlo. Scendeva, chiudeva la vettura e si recava al lavoro.
Entrava nell’edificio dell’azienda e pensava: “Neanche il tempo per fare colazione!”
Due minuti alle nove e poi sarebbe stato tardi per timbrare il cartellino. Perciò si precipitava dentro, salutava automaticamente i colleghi e timbrava il cartellino. Andava su in ufficio e diceva al suo taciturno collega: “Vado a fare colazione torno subito.”
Scendeva per andare al bar dove incontrava qualcuno per consumare insieme la colazione, cornetto e cappuccino, velocemente parlavano delle ultime notizie, e una volta uno, una volta l’altro pagavano.
Ritornava in ufficio, riparlava con il collega, se questi però era di buon umore, ma era difficile che fosse così, delle ultime notizie e poi cominciava a lavorare tra piccole pause e noia fino alle due. Al termine delle ore di lavoro raggiungeva l’automobile e tornava a casa.
Una volta in casa, accendeva la Tv, si preparava il pranzo e poi mangiava.
Finiva, tra una cosa e l’altra alle 15.30, compreso lavare i piatti, poi si sedeva sul divano, mentre guardava la tv si stendeva e si addormentava.
Si alzava alle 16.30 andava in bagno per il bisogno finale. Si sciacquava il viso e usciva in alternativa per:
acquistare vivande per il giorno seguente;
andare a trovare la madre;
andare a prendere una videocassetta in noleggio.
Solo eccezionalmente usciva per l’acquisto di un capo di abbigliamento o altro oggetto.
Il sabato e la domenica non lavorava ma si svegliava sempre prima del trillo della sveglia. Raramente si riaddormentava. Ma se lo faceva solo per pochi minuti.
Comunque il sabato si alzava accendeva la tv e si dedicava alle pulizie e alla grande cucina, se non era invitato a pranzo dalla mamma.
Il sabato sera in alternativa:
cenava dalla mamma e poi si guardavano il programma della Rai legato alla lotteria del 6 Gennaio;
noleggiava una videocassetta;
In media una volta ogni due mesi veniva invitato a cena da un amico di vecchia data sposato e con due fastidiosissimi ragazzini.
Gongolava quando ogni due o tre mesi si organizzavano le cene con i colleghi d’ufficio, durante le quali spesso si parlava di lavoro e c’era anche la possibilità di stringere amicizie anche se a lui non accadeva.
Due o tre volte all’anno poteva risolvere la domenica con un invito ad un matrimonio o comunione, magari a un Battesimo. In queste feste sua madre coglieva sempre l’occasione per presentargli qualche ragazza.
Più di una volta questi incontri diedero buoni frutti. Infatti una volta ne conobbe una con la quale si frequentò per sei mesi. Andavano al cinema insieme, a cena, a teatro. Riuscirono a consumare ripetuti amplessi, ma quando lei cominciò a parlare di vivere insieme, lui si sentì preoccupato e soffocato. Così nei giorni seguenti non rispose più al telefono, né al citofono, evitò i posti frequentati anche da lei, limitando ulteriormente il suo mondo, trasformato ormai in gabbia. E per un periodo accorciò le visite alla madre.
Nel mese di Agosto piombava spesso l’angoscia; dopo aver sognato per tutta l’estate di partire per un viaggio organizzato, alla fine non trovando un amico, sceglieva per disperazione di accompagnare la madre alle terme.
Quell’anno il forte desiderio di visitare il Portogallo gli fece toccare il fondo. Dopo aver proposto a tutti, persino ad un suo amico con seri problemi alla proposta, che rifiutò perché doveva andare a Lourdes con un gruppo catecumenale, si fece coraggio e chiese alla mamma di accompagnarlo.
Per convincere la vecchia, che sulle prime non voleva rinunciare alle cure, la allettò con la ambita meta al santuario di Fatima.
La vecchia accettò.
Partenza ore 4.30 con aereo di linea diretto a Lisbona.
Era la prima volta che la dolce nonnetta prendeva l’aereo, soffriva di reflusso gastrico e al decollo ebbe un attimo di panico che provocò un turbamento intestinale, che sfociò in diarrea. A nulla valse la tempestività del figlio nel portarla in braccio al gabinetto. Appena ripulito il danno, la madre ebbe nuovamente fame e l’hostess le offrì così un invitante spuntino, ma dopo alcuni minuti, a causa di una violenta perturbazione vomitò tutto.
Alla fine arrivarono nella fantastica Lisbona.
Alle 6.00 del mattino il vento costante di Lisbona era più che fresco e la vecchietta prese subito un colpo di freddo ai reni. salirono su un pullman senza gabinetto e ogni 15 minuti la mamma doveva orinare, dovendo trattenere, ogni fossa che il pullman prendeva senza riguardo per il figlio, urlava a voce alta:
“ Io non ci volevo venire! Tutta colpa tua. Io volevo andare alle terme!”
Arrivati in Hotel mise a riposare la madre in camera e finalmente uscì per visitare la città.
Passeggiava nel suggestivo quartiere del Chiado, ascoltando in lontananza malinconici canti fados, quando gli si avvicinò, amichevole ed intrigante un tipo del posto che sorridente gli disse:
“Italiano?”
“Si”
Il tracagnotto avventore, circospetto, cacciò una mano con sopra erbetta secca e con l’altra indicava che serviva a fumare portando le due dita alla bocca, dicendo continuamente: "Tranchillo! No problema"
Lui reagì sconvolto:
“Eh! No!”
Il gretto venditore di fumo, intelligente, prima rimise in tasca le mani, poi si scusò con esagerata umiltà e gli propose di accompagnarlo per la città, gratis.
Lui ci pensò e poi, curioso e ingenuo, accettò volentieri.
Girando per la città, per ore ed ore, all’imbrunire venne accompagnato dal suo cicerone davanti ad un pornoshop; si stava quasi convincendo ad entrare, eccitato dalla nuova sistuazione, lontano da tutto ma gli venne improvvisamente in mente il volto della madre e rifiutò, preso da un attacco di senso di colpa.
Allora il tipo, senza sosta, lo portò in un transex club ma lui lo guardò quasi offeso e gli disse puntando il dito molliccio in avanti:
“Non ti permettere più Eh! Forse è il caso che prosegua da solo.”
“ No senior!”
“Và, và,và!”
Giunti all’altezza di un vicoletto buio,lo strano accompagnatore gli diede uno spintone e lo buttò contro un cassonetto dell’immondizia, lui sbattendo violentemente la testa, perse i sensi, e l'energumeno non esitò a rubargli il portafogli.
Dopo una mezz’oretta un gruppo di goliardiche ragazze strafatte di tabacco e Bacco del Kansas in vacanza, passando di lì, si fermarono a guardarlo e una di loro propose di fargli uno scherzo: truccarlo e vestirlo da donna. Una gli sistemò il viso con del maquillage veloce, un’altra gli mise indosso la sua casacca acconciandogli il suo foulard Giallo e Verde in testa e poi andarono via cantando e pogando per la strada.
Dopo alcune ore lui si risvegliò stordito, sentendo una voce che chiamava Amanda.
Si alzò e cominciò a camminare per la città trasecolato e senza memoria fino a quando un gruppo di ambigue ragazzone lo salutò. Così lui tornò indietro, fermò le simpatiche tipe e chiese loro:
“ Mi conoscete?”
“No amore ma se vuoi molto volentieri, io sono Drusilla lei è Carol e lei MoMy. Tu come ti chiami amore?”
Ci pensò un pò e poi rispose: “ …Amanda”.

Nel frattempo nella stanza d’albergo la madre si svegliò di colpo, dopo aver dormito ininterrottamente per 24 ore perché stava soffocando e chiedeva sommessamente:
“Aiuto!”
Le sue ultime parole disperate prima di morire furono con un alito di fiato:
“Le terme!”
Subito dopo morì.
La mattina seguente, le donne delle pulizie aprirono la stanza della madre e credendo che stesse dormendo, la richiusero piano piano.

Intanto "Amanda" si risvegliò il pomeriggio alle 15.00 circa, in un accogliente salottino, tutto circondato e ornato di drappeggi, stoffe colorate vivacemente.
Si guardò intorno e quel posto le era completamente sconosciuto e familiare allo stesso tempo.
Il divano sul quale era adagiato era comodissimo, di colore blu e lilla a fantasia.
Di fronte c’era un tavolino di stile indiano, ornato con delle pietre colorate e intarsiato; le pareti della stanza erano state dipinte di lilla pastello.
Un costante, a tratti più fitto, dolore all’ano, le fecero ricordare la folle notte trascorsa tra sesso, alcool e cocaina con le sue nuove amiche.
Compiaciuto del grande successo ottenuto durante la festa, dopo essere andata al gabinetto e aver fatto un lungo bidè, andò in cucina a preparare la colazione.
“Ciao tesorino candido!”
Le tre nuove amiche, nonché padrone di casa, in tenuta notte, con vestaglie di tulle, contornate da boa di piume viola, giallo e turchese, con ciabattine di velluto con pon pon e tacchetto, le diedero il meraviglioso buongiorno.

Morale: sembra proprio che a volte ci vuole una sonora bastonata da perdere i sensi per capire chi sei veramente e quello che vuoi.
Se si potesse portare con sè un pizzico di adolescenza nella vita sarebbe già una vittoria!

Cera e organza


C'era vita e ora non c'è più.
Quando piango
non mi dire che Amore è bello,
sento troppo dolore.


Dio mio,
ma tu esisti o sono solo io?
Il mio vento folle spinge al baratro il cervello;
la carne viene e mi illude.
Pace geme d'incanto.


Chi sono gli altri?
Rumori nell'anima!
Quiete acqua azzurra.
Torrente in tumulto.


Un cuore nero di porfido
scaraventato nel Nulla.
Cruda macilenta passione.
Giorni grigi e non sapevo perchè.


Sono qui e mi basta.
Questo non lo ricordavo più!
Ora e mai sono la stessa cosa
in un dì andrò via anch'io,
tempesta tumultuosa e rami spogli.


Ibridi imbrogli ho cercato e patito
ma ora non li ricordo più.
Sulle rive del Piacere sovrano
di cera e organza
apostoli in croce
per volere del tiranno.


Nulla è fisso per sempre.
Rollè di carne tra i portici
del mondo, godere le gioie
della vita, oh povera me, è dura.
ho paura del mio Essere Naturale
e finge il destino che non sia così.


Siamo soli
tutto è inganno e
pur potrebbe sparire.

venerdì 24 aprile 2009

L'appuntamento dell'Eternità

Mancai all'appuntamento dell'Eternità,
in una sfera di cristallo depositammo i nostri cuori
per consegnarli all'ignoto.

Nel mare di Maya dimenticai chi sono,
nel canto di Lila sentì il richiamo.
dell'Essere che soffiava sull'Anima.

Scavai nella carne per ricordare te,
Viaggiai nella Follia per parlarti
ma i miei sussurri non arrivarono.

Mancai all'appuntamento dell'Eternità,
quante vite dovranno passare
prima che possa ricongiungermi a te
prima che io possa riavere il mio cuore.

Speriamo che l'Universo abbia bisogno di me


Cosa farò mentre ti aspetto?

Andrò in giro burlandomi della gente,

riderò di loro rotolandomi per terra,

loro che prendono tanto sul serio le cose della vita.


Cosa farò mentre ti aspetto?

Invierò i miei messaggi silenziosi all'Universo

per chiedergli se ha bisogno di me,

così lo aiuterò mentre ti sto aspettando.


Cosa farò mentre ti aspetto?

Amerò qualcun'altro

e m'illuderò che sia vero amore,

e magari l'amore potrebbe diventar vero.


Cosa farò se tu non verrai?

O se verrai e io amerò un altro?
O se mi passerai accanto e non saprò riconoscerti?

Cosa farò?


Speriamo che l'Universo abbia bisogno di me.

mercoledì 22 aprile 2009

L'angelo, il militare e la donna elegante

Un Angelo, un Militare e una Donna elegante decisero di partire per un viaggio e siccome andavano nella stessa direzione, divisero le spese del noleggio di un'automobile.
L'Angelo era molto ottimista, troppo ottimista, con dei picchi nauseanti di altruismo.
Il Militare era spartano, silenzioso, pronto, scattante, ligio al dovere.
La donna elegante era vanitosa, egocentrica, logorroica, snob e immatura.
Durante il viaggio su una strada solitaria, in un giorno afoso d'estate, videro un vecchio disidratato che chiedeva un passaggio.
L'Angelo, che era alla guida, era pronto a fermarsi per soccorrere il vecchietto, il Militare non si pronunciò, mentre la Donna elegante, che era dietro, obiettò che avrebbe potuto essere sporco e rovinare il suo bel vestito.
L'Angelo le disse: "Non possiamo lasciarlo per strada, come farà con questo caldo?'"
"E' un problema che non mi riguarda!"
Rispose la Donna elegante.
"Non condivido questo tuo atteggiamento."
Insistette l'Angelo.
"Facciamolo salire!"
Disse perentorio il militare solo perchè irritato dalla voce della Donna elegante.
Il vecchietto salì sull'auto e prese posto accanto alla Donna, poco cordiale e schiva.
Durante il viaggio, effettivamente l'olezzo di sudore dell'ospite si espandeva nella vettura ma il militare aveva la sinusite e non sentiva nulla.
L'Angelo e la Donna però si guardavano attraverso lo specchietto retrovisore centrale. L'Angelo si mostrò soddisfatto della buona azione ma la Donna continuava a muovere il naso come un criceto, alternando annusate con smorfie di disgusto.
Il militare incurante della situazione, non distoglieva lo sguardo dalla strada.
Il vecchietto, arrivato a destinazione, scese.
La Donna obbligò l'Angelo a pulire l'auto e i due litigarono. Il militare, disinteressato e stizzito, impose ai due una tregua per ripartire.
Il militare consumò il suo turno di guida.
L'Angelo era dietro sdraiato.
La Donna elegante era seduta accanto al Militare che non le dava un minimo di confidenza, concentrato sulla strada.
La Donna elegante fu colta da un raptus di logorrea interminabile, il militare sopportò con silente rabbia quelle sciocchezze che avevano riempito l'auto di tensione, sino a quando, a corto di argomenti, la Donna elegante cominciò ad obiettare anche sulla sua guida; il Militare si voltò con sguardo truce incenerendo ogni sua parola.
In quel momento l'Angelo si svegliò e guardò il militare in cerca di comunella, simulando sopportazione, ma il militare non si fece coinvolgere e mostrò voluta indifferenza.
"Ora tocca a me a guidare!". Ragliò la Donna.
Il militare si fermò e le lasciò il posto di guida senza proferir parola.
Lui voleva solo arrivare alla fine del viaggio, esausto dello psicodramma in corso.
L'Angelo disse: "Perchè non ci fermiamo qui per vedere il panorama?"
Il militare dissentì mentre la Donna per dispetto al Militare aderì entusiasta alla proposta.
L'Angelo e la Donna guardavano il panorama mentre il Militare non scese dall'auto anzi sollecitava per partire pigiando il clacson.
Con enfasi misericordiosa l'Angelo disse: "Dai, vieni anche tu a vedere a il panorama!"
"No, voglio ripartire!" rispose, alquanto irritato, il Militare.
"Uffa, che grezzo essere privo di sensibilità!" Esclamò la Donna elegante mentre sventolava un ventaglio piumato viola.
Al Militare trasalì rabbia, così scese dall'auto e gridò: "Tu mi hai veramente scocciato se tu non fossi una donna ti avrei già preso a pugni!"
"Orsù calmati! Non perdiamo la testa." Cercò di calmare gli animi l'Angelo e rivolgendosi alla Donna disse:"E lei, sia cortese con il signor Militare".
"L'unica cosa buona che può fare è tacere per tutto il resto del viaggio!" Esplose il Militare.
"Sta zitto uomo rozzo." velenosa come un serpente, la Donna cominciò a pronunciare una serie di epiteti, minacce, offese che ricaddero sul Militare in ebollizione come una pentola d'acqua salata. Il Militare stava per reagire quando si avvertì il rumore di un motore in accensione. Si bloccarono, si girarono e videro che qualcuno aveva rubato la loro auto.
Le loro strade, così si separarono: il Militare andò a piedi, la Donna fece l'autostop e l'Angelo si ricordò che aveva le ali.





La vita e la morte sono una invenzione dell'Uomo a cui dovrebbe bastare semplicemente esistere.

L'ultima donna sulla terra

L'ultima donna sulla terra
cammina tra le macerie delle città
inciampando e cadendo nel silenzio del Caos.

L'ultima donna sulla terra
cerca le anime sepolte tra i detriti di cemento.
Scava con mani sanguinanti,
scava perchè qualcuno la chiama,
scava a lungo, senza sosta
sino a cadere esausta tra polvere e distruzione.

L'ultima donna sulla terra
cammina tra le macerie della città
diretta verso il consapevole nulla.

La Sconfitta

Amara Sconfitta


insegnami chi sono io?


Chi gioca per perdere?


Nessuno!


Eppure è breve il viaggio


del vincitore


nel Paradiso dell'Eroe.




Sono al tuo cospetto.


Aprimi le porte del Regno dell'Orco!


Brucia i resti della mia carne


prima che possano indurirsi!


Brevi istanti sul Podio,


lungo è il viaggio nell'Ade.

Lo Sconosciuto

Lo Sconosciuto divora la mia lucidità,
conduce la coscienza in un altro mondo,
abbatte le 4 mura di questa illusione.
Lo Sconosciuto mi guarda nel vuoto,
ha distrutto i miei miti,
allontanato i ricordi,
tranciato i miei legami,
pone i suoi occhi immensi nei miei.
Non ho più nulla.
Non sono più nulla.
Nel buoio l'unica luce è lo Sconosciuto.
E' sempre stato lì, nascosto tra la folla.
Lo Sconosciuto invocava il mio nome, urlava!
Prima non potevo,
poi non volevo udirlo.
Mi nascosi tra la moltitudine.
Discreto osservava le mie gesta quotidiane.
Lo Sconosciuto era accanto la mio dolore,
gioiva orgoglioso delle mie imprese,
in silenzio e solo, nel buio.
La folla era sparita,
di notte sul molo cercavo lo Sconosciuto,
lo chiamavo con il pensiero.
Invano lo Sconociuto urlava:
"Sono qui, ti ascolto!"
Persino il silenzio ostacolava
il contatto con lo Sconosciuto.
Separati da pareti di Ego,
un soffito di rabbia,
un pavimento d'indifferenza
e una porta di paura.
Lo sconosciuto ha divorato la mia lucidità,
ha abbattuto le 4 mura di questa illusione,
occhi negli occhi danziamo nell'Armonia del Cosmo.

lunedì 20 aprile 2009

Presentazione alla libreria Libernauta del 19 aprile 2009

Questa tipa che sembra un componente di una band rock vestito a festa sono io.
Le libraie. Patrizia del bookcafè e le sorelle del Libernauta, insieme. Ringrazio il Libernauta per avermi dato la possibilità di presentare il libro. Una bella libreria con un efficiente servizio. Tutte le librerie indipendenti sono un prezioso patrimonio culturale. Il lavoro dei librai non si può descrivere: è duro, silenzioso e sicuramente non retributivo. I librai fanno per passione ciò che portano avanti. Il Libernauta s'impegna al massimo per dare il suo costante contributo a chi legge e ama le libreria veramente libera e creativa. Presto preparemo incontri al Libernauta su diversi temi e confronti. La differenza la fate voi appassionati lettori.


L'attore Francesco Di Rocco, presentatore della serata.


Oscaro Biferi, consigliere al comune di Montesilvano. Per è stata importante la sua presenza, se anche ufficiosa, perchè sono di Montesilvano. Grazie Oscaro sei un ragazzo molto sensibile!I giornalisti Gianluca Sablone, detto er Cabbala, e sua moglie Giusy Di Luzio.


 Andrea Longoverde.

Emanuele, giovane ricercatore spirituale.


Emanuele e Donatella

Donatella, Bookcafè girl

Amedeo Gaetani, scrittore. Ringrazio Renato dell'associazione Il giardino della Poesia di Tollo.

le sorelle Di Sipio
Le sorelle Desiderio
Mauro Crisante, appassionato lettore di fantasy e la sua famiglia con la piccola Gabriella.

Stefano Martelli, giovane intellettuale.










L'intevento di Gianluca Sablone che ha raccontato un piccolo mito su come gli Dei decisero di nascondere la verità.


La prima dedica non la scorderò mai: la piccola Gabriella Crisante mi è venuta vicina e mi chiesto una firma. Per è stata una grande gioia. Grazie Gabriella.

Gianluca apre lo spumante e tutti si apprestano a gustare l'aperitivo preparato dalle sorelle del Liberanuta. Pare che Anna abbia grandi doti culinarie!
Ringrazio tutte le persone che hanno assistito alla presentazione e il Liberanuta e Francesco Di Rocco. Inoltre ringrazio Mirta Maranca per essere venuta, purtroppo non ho una sua foto. Alla prossima Mirta!

Il prossimo appuntamento è a Chieti il 15 maggio alla libreria De Luca.

mercoledì 15 aprile 2009

Daimon

Ciao.
Vi invito tutti alla presentazione in anteprima del mio primo libro Daimon.
Vi aspetto al Libernauta domenica 19 aprile alle 18.
Mi piacerebbe vedervi e salutarvi!
Angela


Dal Capitolo I

Irriducibile Spirito

La vita è una vacanza dall'eternità.
All'inizio spensierati, curiosi e pieni di entusiasmo intraprendiamo il viaggio dell'esistenza. Tutto appare talmente affascinante. Ogni fenomeno è una novità ed è inebriante come il profumo dell'acacia. È difficile evitare di soffermarsi su ogni cosa che percepiamo, tutto ciò che è compreso nel nostro orizzonte sembra invitante e degno di essere osservato. Si ha la sensazione che la vita sia un enorme parco giochi da scoprire.
Durante il percorso, però, si comincia a capire che proprio tutto, seppure affascinante, non può essere sperimentato. Sorge l'esigenza di operare delle scelte. Non conoscendo bene le strade della vita, ci si documenta presso chi ne sa di più. Spesso ci si affida ai consigli di chi ha già percorso un lungo tragitto, altre volte le tappe sono imposte, altre ancora l'Istinto ci guida.
In ogni caso qualsiasi itinerario intrapreso preclude delle strade, delle fermate, delle esperienze.
Alcuni vanno avanti nel loro itinerario guidato, senza crucci, domande, rimpianti. Il loro entusiasmo si trasforma in rassegnazione senza passaggi intermedi.
Altri invece, spiriti di insaziabili curiosità, fermamente attaccati alla speranza di dare un significato a questo prezioso passaggio, investono il loro tempo nella ricerca di risposte ad un'unica domanda : esiste la felicità?

giovedì 9 aprile 2009

I sorrisi dell'Amazzone

Procede il cammino verso i sensi sconnessi dell'esistenza.
Missione, sanzione o premio sono nella vita, nel respiro della natura.
Finalmente in trincea, carica sì di responsabilità,
esposta sì al pericolo,
ma consapevole.

Permeo la vita con i suoi inviti ad osare.
Rischio, gioco, perdo e vinco.
L'altalena delle emozioni non si ferma mai, sempre spinta dalla voglia di agire.
Non parlo più: agisco.
Non pretendo più: vivo.

I sorrisi dell'Amazzone
riempiono di coraggio
il bambino prescelto dall'intelligenza Azzurra.
I sorrisi dell'Amazzone
spaventano lo stolto iniquo,
essere avido,
abbarbicato sul monte dell'effimero.

Entanglement

Il pensiero scorre attraverso macchie d'inchiostro,
imprigionato nella pagina di carta di un quaderno chiuso.
Per liberarlo non è sufficiente aprire il quaderno
e leggere le macchie d'inchiostro.

Per liberare il pensiero serve un altro pensiero
in cerca di un compagno.
Entrambi i pensieri voleranno liberi
in cerca di tanti altri pensieri
che scorrono

in macchie d'inchiostro, imprigionati in pagine
di carta di un quaderno chiuso.

Il risveglio del bastardo

Ho dimenticato il mio passato;
Ho dimenticato chi ero;
Ma chi ero?
Una Jena ridens in cerca di carogne?
Un serpente arrotolato su un albero di odio?
Una pecora travestita da un lupo?
O un comune granello si sabbia appartenente alla spiaggia dell'invisibile?
Ho dimenticato il mio passato!
Non potevo fare altro!
Mille vite vivo in una e prego Dio di perdonare la mia meschinità.
Immagini di Luce attraversano il cervello mio.
Sembra tutto accaduto in un'altra vita.