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venerdì 26 febbraio 2010

Chi c'è dentro quella stanza?

Mi trovo in una casa che non conosco, con un lungo corridoio dove i due uomini erano lì a confabulare tra loro. Io non capisco di cosa parlano, io non so cosa stiano dicendo. Li conosco da tanto tempo, uno era il mio amico di Università e l'altro è il mio compagno. In una di quelle stanze c'elui, un individuo arrabbiato, con i capelli corti, il fisico forte, mi mette paura. Non so cosa voglia da me ma è un vulcano incadendescente di rabbia e la sua rabbia più è celata più mi sconvolge.
Entro in quella stanza, dalle luci soffuse, i due uomini rimangono fuori a parlare sottovoce. Credo di aver dimenticato qualcosa lì ma non so cosa, poi ricordo che è il mio cappotto marrone. Lo infilo.
Ad un certo punto mi sdoppio, vedo me stessa, mi accorgo che sono una donna vestita con un abito da sera anni '40 beige, con la vita pigmentata di perline e i capelli sciolti. Mi sto aggiustando i ferretti, riconosco che sono fatti con due orecchini di mia madre.
Dietro al letto in piedi c'è questo individuo, mi fa paura, guarda verso la finestra dalle tapparelle chiuse, è molto inquietante, strabocca di rabbia repressa. Esco dalla stanza e la chiudo. Riferisco ai due uomini che quell'individuo è pericoloso. Ma loro non mi danno retta, sminuiscono la cosa. Riapro la porta e lui cammina sul soffitto. E' spaventoso!
Io continuo a dirlo ai due ma loro non danno peso alla cosa.
Dalla porta esce fuori un fracasso come se qualcuno volesse uscire, forse ho io chiuso la porta a chiave. Sono spaventata. I due mi dicono:
-riguarda te, è affare tuo.
-io non so chi sia, chi lo abbia portato qua.
-Tu lo sai chi è? Tu sai quello che vuole.
Io non so chi sia, non so cosa voglia da me. So solo che è arrabbiato e vuole uscire, forse potrebbe uccidermi, forse potrebbe rovinarmi. Io non posso farlo uscire ma non posso tenerlo lì. Nessuno può aiutarmi. Nessuno.
Allora io dico a me stessa:
Svegliati!
E mi sono svegliata.

lunedì 4 maggio 2009

Storia di un piccolo Clown

C’era una volta, ma in fondo ancora c’è, un piccolo Clown, dai capelli ricci e gialli, il solito naso rosso e il vestitino colorato.
Il clown era portatore sano di gioia e allegria per la città.
Il suo contagioso buon umore accendeva sorrisi e metteva in fuga la tristezza.
Non chiedeva nulla, solo un sorriso.
Viveva in un prefabbricato piccolo e colorato a tre Km dalla città, abbandonato ormai da tempo. Dormiva su un materasso di foglie di granturco e si copriva con pezzi di lana trovati qui e là. Una nonnetta che abitava in città, ogni mattina lo aspettava per offrirgli fette di ciambellone al cioccolato e un bicchiere di latte e questo gli bastava per ricaricare lo spirito ogni giorno.
Passava la mattina presto per la via dei mercati e salutava tutti i commercianti con un: “Salve!”
Era pronto a danzare nei giardini comunali intorno agli innamorati per rendere magica l’atmosfera.
Camminava tutte le mattine sotto le scuole per salutare insegnanti e alunni.
Era sempre disponibile a scambiare quattro chiacchiere con le mamme che andavano a fare la spesa.
Se vedeva una persona su una panchina da sola e triste andava lì per cercare di tirarla su di morale.
Per il piccolo clown il mondo era un parco giochi e lui si girava tutte le giostre.
Un giorno era vicino al Palazzo di Giustizia e vide un uomo tutto vestito di nero dallo sguardo accigliato e il passo veloce.
Lo seguiva con lo sguardo mentre costruiva insieme a Clochard due ali di carta. Lo vide entrare nel Palazzo e pensò: “ Come è triste quell’uomo”
Il suo amico Clochard lo guardò intensamente e gli disse: “ Allora ti sei fermato?”
“Oh no, solo pensavo che…”
“ Non pensare piccolo Clown e aiutami a finire queste ali”
Improvvisamente ebbe come un incubo: cominciò a notare che tutti gli uomini e le donne che passavano di lì per andare nel Palazzo entravano ed uscivano con la stessa espressione accigliata di quel signore di prima. Alcuni erano pure tanto preoccupati e allora chiese a Clochard:
“Ma sono nuove queste persone?”
“No, ci sono sempre state!”
“ Ma che ha fatto questa gente perché non ride mai?”
“ Non hanno alcun motivo per ridere”
“ Ne sei sicuro?”
“ Non mi pongo il problema.”
Costruite le ali per il suo amico, trasecolato, cominciò a girare la città e per la prima volta in vita sua si accorgeva di quanti accigliati c’erano in città.
Scoprì che c’erano molte persone vestite di scuro che camminavano preoccupate per la città. Persone che avevano un gran privilegio: la possibilità di aiutare chi era ammalato, chi ingiustamente accusato dalla società, o i bambini che dormivano al freddo.
Perché erano così tristi? Strano!
L’ingenuo Clown la mattina seguente si fermò sotto l’androne dell’ospedale e aspettò un dipendente qualunque del servizio sanitario perché voleva sapere il motivo della tristezza di queste persone e se avesse potuto rallegrarle. Passò una giovane donna vestita con un camice bianco e pensò subito che fosse una benefattrice della salute; con grazia la fermò e le disse:
“Buongiorno!”
“ Ma che vuoi? Sei scappato da psichiatria?”
“Io no!”
“Adesso mi sentono quei babbei!”
Se ne andò correndo e furiosa, non era chiaro se fosse più furiosa o se corresse di più.
Allora il Clown pensò di cambiare aria e andare davanti al Palazzo di Giustizia.
Si mise davanti al portone e fermò il primo accigliato vestito di scuro:
“Buongiorno!”
“ Non ho soldi da darti!”
“ Ma io..”
“Uh non ho tempo da perdere!”
E anche questo signore era strano.
Allora pensò di recarsi al Comune per avvertire i simpatici amministratori della città. Mentre correva verso il Municipio pensava preoccupato:
“Loro devono sapere cosa sta accadendo e sicuramente risolveranno la situazione.”
Arrivò davanti al Municipio ed entrò; chiese subito affannosamente ad un signore che era lì seduto:
“Devo dire una cosa importante al comandante della città!”
“ Al sindaco?”
“Si chiama Sindaco?”
“Sì, ma adesso è impegnato, prova al secondo piano stanza TRE”
“Grazie!”
Salì di fretta le scale e entrò nella stanza tre ma dopo averlo guardato con aria di sufficienza lo ammonirono:
“ Fai la fila come gli altri!”
“Oh mi scusi”
“Maleducato”
“ Ma io devo parlare con il sindaco e devo dirgli una cosa importante”
“ Se hai perso il circo il sindaco non può fare niente! AH, Ah!”
“Non ho perso il c…”
“Fuori!! Fai la fila”
Fece un’ora e mezza di fila e poi capì che l'arpia allo sportello non poteva fare nulla se non prenderlo in giro.
Allora si mise su una panchina ad aspettare il sindaco.
Chiedeva a tutti quelli che entravano e uscivano di lì:
“ Tu sei il sindaco?”
Ma non riuscì ad incontrarlo.
Intanto vedeva che le persone diventano sempre più accigliate più strane.
Pensava: “ Ma come mai non me ne sono accorto prima?”
Provava a salutare le persone e a sorridergli ma niente, lo guardavano come se fosse un pazzo.
Rimase seduto su quella panchina per alcuni giorni. Poi improvvisamente si fermò una ragazza bellissima e gli disse:
“ Ciao piccolo Clown”
“Ciao”
“Cosa hai fatto non sorridi più!”
“Che sorrido a fare in un mondo dove nessuno sorride più?”
“ Ma il mondo è sempre stato così; sei tu che non sorridi più, non il mondo!”
Il Clown si girò la guardò e le chiese:
“Sai perché le persone che hanno il privilegio di aiutare gli altri sono tristi?”
“ Come aiutare gli altri?”
“ Guarire le persone, aiutare chi è stato ingiustamente accusato e altro.”
“Ah! Tu parli di Avvocati, dottori e via dicendo?”
“ Non so il loro nome”
La bella ragazza lo guardo intensamente quasi commossa dalla ingenuità del clown, mentre insisteva:
“ Tu sai perché?”
“Dovresti chiederlo a loro”
“Ho provato ma è impossibile, vanno di fretta, sono agitati, sempre arrabbiati e a volte sono anche offensivi.”
“Forse perché…. non lo so”
La bella ragazza si alzò lo salutò e andò via.
Dopo un po’ arrivarono due ragazzi con una bottiglia di birra in mano e un po’ brilli.
“ Ciao piccolo clown!”
“Ciao!”
“ Ma tu non cresci mai rimani sempre piccolo, vai in giro ancora a fare il clown?”
“ Ma io sono un clown!”
“ Quando la finirai di farti prendere per i fondelli dalla gente?”
“ Perché mi prendono per i fondelli?”
“ Tu che pensi? Ah, Ah!”
“ Io non mi ponevo questo problema fino a che non siete arrivati voi!”
“ Piccolo Clown non ti sembra ora di crescere?”
“ Crescere? In che senso?”
“ Ma sei ritardato? Crescere, diventare adulti, trovare un lavoro, sposarsi avere dei figli, giocare al lotto e sperare di vincere tanti miliardi che ti cambiano la vita.”
“Ma a me dei soldi non importa!”
“ Tutti così dicono e poi invece quelli fanno girare il mondo.”
“ Io non so cosa fa girare il mondo ma a me importa solo ridere e godermi il periodo di tempo su questa terra e far ridere anche gli altri.”
“Ma a chi fai ridere tu, sei patetico, vai in giro rompendo le scatole a tutti. Se io non voglio essere allegro non puoi obbligarmi, mi dai pure fastidio.”
“ Oltre a prendermi in giro io rompo pure le scatole?”
“ Sei inutile tu per tutti”
“ Credi davvero?”
“ E’ così”
“ Ma sei tu a pensarlo?”
“ Tutti lo pensiamo. C’è una soluzione: adattati e cresci. Non desideri anche tu un’automobile?”
“No”
“Una casa?”
“ C’è un tetto che mi protegge”
“ Cosa quella baracca?”
“ Io sono felice così.”
“La tua felicità durerà ancora per poco, perché lì il Comune sta per farci una discarica.”
“ Ed io non posso rimanere lì?”
“ Una discarica è tossica, è immondizia”
“ Se è tossica perché la fanno?”
“ A me non frega niente, ma tu non puoi stare lì. La butteranno giù la tua casa.”
“ Ma tu come fai a sapere tutte queste cose?”
“Mio padre è il sindaco di questa città”
“ Come può il sindaco essere padre di un ragazzo come te?”
“ Perché lui è peggio di me!”
“ Non ci credo”
“ Perché non dovresti?”
“Allora a lui non interessa che le persone siano tristi?”
“Non gliene può fregare di meno.”




Il piccolo Clown, si alzò dalla panchina, triste e sconsolato, e cominciò a camminare, camminare e ancora camminare.
Non gli importava nulla del mondo voleva uscire da quel parco giochi, perché non era divertente era macabro.
Improvvisamente si accorgeva di come era putrido il mondo. Ma perché?
“Ma che ci faccio io qui?”
Si chiedeva.
“Chi rende il mondo così?”
Realizzò alla fine:
“Se tutti gli esseri umani sono così anche io diventerò come loro?”
Dormì in un bosco. Sotto un albero.
Aveva fame tanta fame. Si guardò intorno e vide un albero di frutta e pensò:” Per un po’ posso rimanere qui. C’è anche un ruscello”.
Dopo un po’ di tempo si era abituato a dormire sotto le stelle, a mangiare solo frutta e bere acqua del ruscello ma ad una sola cosa non riusciva ad abituarsi: la solitudine.
Gli veniva da piangere, si sentiva abbandonato e triste. Non era vita quella. Era sopravvivenza.
Pensò ad un fatto: “Se torno in città mi sentirò lo stesso solo.”
Come disse il figlio del sindaco c’era un’unica soluzione: crescere.
Come pensò a questa parola abbassò gli occhi e si strappò la parrucca dalla testa.
Si avvicinò al ruscello, si specchiò per l’ultima volta e poi si cominciò a pulire il viso. Via il rosso passione per la vita sulla bocca; via il bianco ingenuità sotto gli occhi e via la spensieratezza del rosso sulle gote e sul naso.
Scoprì che era una donna.

Sincronia dimensionale

Sarà tra breve, un attimo di calma nel vento, e un’altra donna mi partorirà
Kahlil Gibran


Silvia chiuse la porta di casa, infilò la chiave nella serratura e, come di consueto, diede due giri di chiave per sicurezza.
Era seriamente in ritardo e non aspettò l’ascensore, optò per le scale.
Era proprio buffa quella mattina: il cappotto a tre quarti svolazzava dietro di lei come fosse la mantella di un super eroe; i tacchetti delle scarpe scivolavano, sgommando alle curve dei corridoi; la borsa era tenuta nella mano destra come il testimone di una corsa a staffetta; i capelli elettrizzati, con immediato effetto strega e il trucco colante per la corsa affannata. Accadeva spesso la mattina quando si accorgeva di essere in ritardo, ma questa, in particolare le rimase impressa per tutta la vita.
Uscita dal portone, si fermò per un secondo a ricordare dove era parcheggiata la sua vettura. La vide accostata lungo il marciapiede di fronte, a pochi metri a destra; allora schizzò come un fulmine in quella direzione; conquistato il centro della strada, Silvia non s’accorse che da sinistra, ad elevata velocità proveniva un’automobile. In una frazione di secondo, lei si girò e capì che tutta la sua corsa nel tempo era stata la cosa più inutile della vita.
Una stridula frenata, la spinta in aria del suo corpo nel rispetto di tutte le leggi della fisica, un silenzio breve ma profondo e poi un tonfo imprimevano i suoi ultimi pensieri nell’anima, come l’ago di una macchinetta per tatuaggi permea l’epidermide.
Il quadro della realtà scomparve per Silvia, come se fosse una tv con il tubo catodico guasto: anche se la lasci accesa non la guardi più, in attesa che il tecnico la venga ad aggiustare. In mancanza della piena funzionalità della tv, osservi i tuoi familiari, colloqui con loro, ricordi di amarli, cucini con loro prelibatezze fuori orario, così allo stesso modo l’essenza di Silvia si girò verso se stessa e cominciò ad osservarsi e a parlarsi.

Roy e Erin si erano appena conosciuti in un locale a 5 miglia da Adelaide. Si guardavano negli occhi intensamente. Lei sapeva cosa voleva l’affascinante ragazzo, che, con la scusa di offrire una birra, si era seduto vicino a lei e alla sua amica. Erin non era andata in quel locale per rimorchiare ma solo per distrarsi un po’ dal lavoro. Lui era così invitante con lo sguardo di chi potrebbe introdurti in un mondo di fugace ma intenso sollazzo rosso passione. Era consapevole che quello non era l’incontro con l’amore della sua vita ma solo una tentazione del piacere. Lui continuava a parlare del suo viaggio alle isole Figi e con la sua caviglia sfiorava quella di Erin. Mentre Vinicius, dibatteva di politica con Jenny, nel mondo ma isolati da esso, Roy sorrideva e guardava Erin, roteando lo sguardo verso i loro amici che discutevano appassionatamente. Lui le parlava sommessamente chiedendole cosa faceva, dove abitava. E lei ad ogni sguardo, ad ogni domanda di lui si sentiva un’intensa fibrillazione ai muscoli striati dello stomaco. L’apice di questa ipertensione muscolare venne raggiunto quando Roy le chiese, con sguardo diretto e definitivo: “Sei impegnata con qualcuno?”
Erin, che fino a quel momento non riusciva a staccare lo sguardo dalle labbra carnose di lui, abbassò gli occhi.
La risposta a quella domanda era importante. Avrebbe determinato l’esplicito invito ad una notte di fluente piacere.
Erin doveva decidere nel volgere di un attimo se bere, non per idratare lo spirito, ma per soddisfare un capriccio del corpo.
E così rispose: “ No, sono libera”.
Alla parola libera affiancò uno sguardo tendenzioso, che Roy, da buon volpone maschio, raccolse al volo.
Quando due corpi sono tesi l’uno verso l’altro, gli sguardi spingono a giocare a carte scoperte. Non occorre proferire verbo, il nostro corpo si esprime in modo esatto, preciso e comprensibile.
Erin e Roy piroettarono senza rete nell’aria, in un circo vuoto, per tutta la notte.

Il padre di Silvia era seduto nella sala d’aspetto del reparto intensivo di rianimazione.
Guardava i dottori correre avanti e indietro preoccupati.
Giovanna li seguiva, chiedeva agli infermieri come andava la situazione, senza fermarsi mai.
E poi la notizia non tardò più di tanto ad arrivare. Un camicie bianco, a passo semi lento, a testa bassa, con il dito indice curvato, appoggiato sotto il naso, percorreva il lungo corridoio a sinistra della sala d’aspetto. Era diretto verso i genitori di Silvia.
La ragazza era in coma.
Silvia non soffriva. Il suo corpo era lì, su quel letto d’ospedale, ma la sua essenza si era tuffata in un mare avvolto da una luce buia. Seguiva la corrente trasportata su se stessa. La serenità del viaggio rendeva impermeabile l’essenza di Silvia da ogni pensiero e ricordo.
Un invisibile cicerone le sussurrava la via per non perdersi.

La mattina dopo Erin si svegliò, preparò la colazione, si vestì e si avvicinò a Roy che dormiva ancora.
Rimase ad ascoltare il suo respiro per qualche secondo, poi gli diede un bacio sulle labbra e andò via. Il film era terminato.

Silvia era sempre immersa nel mare avvolto da luce buia.
Ma era entrata in una enorme cavità scura in cui l’unica luce era emanata solo dalla sua essenza.
Una sensazione di sicurezza e protezione rendeva tranquilla la permanenza in quella cavità senza uscita.

Erin quella mattina si sentiva scombussolata. Questo stato durò per alcuni giorni. Andò dal dottore dopo aver fatto un test domestico di gravidanza. I suoi sospetti vennero confermati: era incinta di Roy.

I genitori di Silvia erano avvolti dal dolore e dalla profonda confusione provocata dalla scelta da prendere nel caso in cui i dottori gli avessero comunicato la morte cerebrale definitiva. A quel punto probabile.

Silvia stava bene.

Erin aveva già deciso.

I genitori di Silvia avrebbero voluto barattare la loro esistenza con quella della figlia. La morte quando ti passa accanto non va via mai a mani vuote.
Erin entrò in ospedale si adagiò su una sedia della sala d’aspetto con il capo chino e la giacca sulle braccia.
Impose a se stessa di non chiedersi cosa stava facendo; se fosse giusta o sbagliata la sua azione.
Pensò al suo lavoro, alla spesa, al film Casablanca e poi venne chiamata. Si alzò decisa e con passo svelto andava a liberare il suo ventre.

Silvia improvvisamente si sentì affogare, cadere giù nel baratro scuro. Prima lentamente poi acquistando sempre più velocità.

Erin si sdraiò sul lettino dopo la prima puntura pensò che ormai era fatta, non si poteva tornare più indietro. E così fu.

Silvia precipitò in un vortice nero e rosso; superato il vortice scorse una luce e cadde nell’ultimo tratto silenzioso. Mentre si avvicinò alla luce sentì un sussurro di voci. Arrivò alla luce e la oltrepassò.
Un rumore squarciante la spinse ad aprire gli occhi: si era finalmente svegliata.

La finestra

E’ il 1984. La serranda di una finestra al quinto piano si apre.
E’ il primo giorno di scuola superiore di Giovanna: la finestra è della sua camera.
Giovanna si prepara, è molto emozionata; la radio sta trasmettendo Sexcrime. E’ piena di speranza, ha un’intera vita davanti a sé e vuole percorrerla con amore e gioia.
La madre la chiama; ormai è ora di andare alla nuova scuola.
Giovanna esce.
La madre fa scorrere giù la serranda.

1987: la serranda si alza. Giovanna è grande, ora ha 17 anni. I ragazzi le telefono a casa ma lei mostra chiaramente che non le interessa fare la fidanzatina. Le piacciono i ragazzi ma non certo quelli intorno a lei; sogna gli amori impossibili e per il momento sta bene così.
Viene Sabrina, una delle sue due migliori amiche, le racconta di un ragazzo che le piace e poi ascoltano insieme l’ultimo LP di M. Jackson.
Dopo aver volato con Bad, mettono su Thriller e ballano I Want be startin’ something, mentre Tamara, l’altra cara amica, le guarda prendendole in giro.
Poi sognano, sognano, sognano.
Giovanna prende il microfono lo attacca allo spinotto dello stereo e insieme a Tamara e Sabrina registrano le loro voci mentre cantano, recitano, scherzano.
E’ sera: Tamara chiude la finestra e cala la serranda.

1990: Si rialza la serranda e appare Giovanna, visibilmente più grande. Il suo sguardo e più maturo e consapevole. E’ un pomeriggio d’estate. Suona il campanello: un ragazzo. Lei lo invita ad entrare in camera sua, gli dice che non ci sono i suoi genitori; sono partiti.
Si baciano e …
Dopo essere stati insieme, lui le chiede:
Vuoi diventare un avvocato?
No!
Risponde lei.
Allora perché ti sei iscritta a Giurisprudenza?
M’interessa prendere una laurea.
Cosa ti piacerebbe fare?
In realtà io voglio diventare un’attrice.
Lui la guarda e sorride allora lei si alza quasi seccata e riabbassa la serranda.

1992: Giovanna alza la serranda e si stira allargando le braccia; poi torna a studiare: sta preparando un esame.
Viene a trovarla Tamara che è appena tornata dal suo viaggio di nozze.
Giovanna è dispiaciuta, perché in fondo la sua amica si è sposata troppo presto!
Dopo un po’ entra anche Sabrina in camera e chiude guardinga la porta e poi esclama:
Festeggiamo?
Allora Tamara caccia il fumo dalla tasca.
Giovanna e Sabrina stanno preparando una recita per uno spettacolo in una sagra paesana. Sembra che nulla possa cambiare, che tutto sia fisso, fermo, stabile.
Nonostante Tamara si sia sposata resta a sognare con le sue amiche. Le tre ragazze ascoltano la musica e hanno ancora la forza di ergersi in volo con la mente. Ma squilla il telefono: è il marito di Tamara.
Deve andare ora.
Giovanna e Sabrina rimangono sole a sognare.
Sabrina si alza, fa un sospiro e chiude la serranda.

1995: Si rialza la serranda. C’è aria di festa.
Giovanna si è laureata, Tutti sono allegri ma Lei no.
Sabrina, mentre si congratula con lei, le dice:
Allora ci salutiamo adesso, parto domani mattina.
La sua migliore amica va in Inghilterra per seguire il suo ragazzo e non sa quando tornerà, se ritornerà.
Giovanna diventerà un avvocato oppure no.
Diventerà un’attrice oppure no.
Diventerà qualcosa oppure no.

1997: Si rialza la serranda. Giovanna ormai è proprio una donna.
Come il suo primo giorno di scuola superiore la madre la chiama e lei si prepara. Mentre si sta vestendo l’occhio le cade su una foto scattata da suo padre, in cui si vedono lei e Sabrina ballare e sullo sfondo Tamara stravaccata sul letto che le guarda.
Si gira apre l’armadio, tira fuori la toga e la fissa per un attimo.
Dai altrimenti fai tardi!
Le dice la madre.
Giovanna allora esce dalla camera: nel momento stesso in cui la porta viene chiusa la serranda scende di botto da sola: si è rotta.

sabato 4 aprile 2009

Comprensione

Quell'uomo non poteva essere mio padre.
Erano decenni che fantasticavo su di lui. Ho immaginato che fosse un principe, un uomo ricco, un attore, un produttore cinematografico, un eroe, un agente segreto. Ho sempre sperato che fosse un uomo buono, intelligente, serio, spiritoso. Ma è stata una mia mancanza. Che uomo è uno che abbandona la sua prole? Uno che nega, rifiuta di essere un genitore?
Ora che è qui, davanti a me, non posso credere che sia lui.
L'ho cercato, l'ho inseguito, ho indagato per trovarlo, per incontrarlo.
Mi accorgo che è un uomo. Un semplicissimo uomo.
"Buongiorno"
"Buongiorno" mi risponde.
Ha l'aria di essere gentile e rassegnato.
"Quanto le metto?"
"Il pieno, grazie"
Mentre la pistola del distributore è infilata nel serbatoio, con molta dignità e gentilezza comincia a lavare il vetro della mia auto. E' concentrato in se stesso. Cerca sempre di essere impegnato, quasi non volesse partire per voli pindarici con il cervello.
Alza lo sguardo davanti al vetro del cruscotto. Io metto i miei occhi nei suoi. Ora ho capito che cosa è il vuoto cosmico: per un attimo posso sentire chi è e dimenticare cosa ha fatto. Non si tratta di perdono ma di comprensione.
Ero venuta qui perchè volevo umiliarlo, offenderlo, urlargli contro e chiedergli infine: Perchè?
Perchè non mi hai amata?
Perchè mi hai lasciata? Sono tua figlia!
Perchè non sei mai venuto a trovarmi?
Io non volevo nulla da te solo la tua presenza!
Desideravo fargli del male ma ora non so cosa sento; forse tanta compassione.
Abbiamo lo stesso naso e lo stesso colore di capelli. E' stanco, si vede.
Forse avrei dovuto evitare? Sembravo indemoniata: ho offeso la mamma, papà, la mia famiglia.
Tutto per essere qui. Ed ora non ho nulla da dirgli.
"Carlo!"
Lui si gira, una donna dall'aspetto smesso e tracurato, lo chiama dall'ufficio. Forse è la moglie.
Da come la tratta deve essere la moglie. E' tutto scocciato, con la testa bassa. Mia madre è molto più bella e fine. Ma come ha fatto lei ad essere attratto da lui?
Comunque deve essere stato proprio un bel ragazzo!
E' quella donna ora la sua compagna?
Le cose sono andate come dovevano, forse, ma io sono stata male per anni.
"Signorina"
"SI"
"Lei li fa i punti?"
"No, veramente no."
"Io glieli do lo stesso"
Lo guardavo negli occhi e dopo una lunga pausa
"Grazie"
Metto la prima e riparto.
Chiuderò anche questo capitolo.
La vita continua.

Nel corpo della bestia.

Invito a leggere questo racconto solo a persone con nervi saldi, capaci di dominare la rabbia. Fa senso anche a me leggerlo e l'ho scritto in un momento di inquietudine pensando a quegli uomini che usano violenza sulla propria moglie e alla moglie che non trova il coraggio di cambiare vita e finisce per accettare e abituarsi al mostro. La mia indole mi impone sempre di immergermi nell'ascolto delle persone, anche quelle che mi ripugnano, per cercare di capire e captare i loro pensieri. Scusate non potevo tenere questo raccontino nel cassetto.

Vedo uscire del sangue dal suo naso.
E non mi basta.
Non riesco a smettere di prenderla a calci.
Provo anche una strana soddisfazione di sfogo.
Il suo piagnucolare mi fa incazzare ancora di più. Se finisse di piangere e mi chiedesse di smetterla forse la smetterei.
E ' totalmente gonfia. Non le basta!
Ora è svenuta.
"Ehi, Silvia!"
Io la amo. Perchè le faccio questo? Potrei ucciderla!
Ma lei mi tortura: chiede sempre qualcosa!
Si comporta come se avesse paura di me e questo mi crea disagio. Forse poverina, ha ragione ad averne, dovrei finirla. Ma a volte te le chiede. Te le cava delle mani. E poi, fa sempre la civetta. Saluta con entusiasmo. A me non saluta mai con quell'entusiasmo.
Se non sta bene con me, se ne può andare: mi lascia i figli, se no la gonfio. La uccido.
Fa sempre la vittima. Lei è quella buona, lei è dolce, comprensiva. E' falsa. Io la conosco bene.
La dovrei rimandare da quella merda di famiglia da dove proviene.
Io le faccio fare la signora! La zoccola faceva se non incontrava me!
"Ehi Silvia"
Non rinviene. Vedo se respira.
Respira! Meno male...
" Amore!"
"Oh Dio mio"
"Scusa amore"
"Portami dal dottore, per favore"
"SI andiamo subito, vieni stellina"

Questo tragitto in auto sembra lunghissimo.
Mici mia non parla, non mi dice nulla. E' arrabbiata. ha ragione. Poverina le ho fatto male.


"Vieni ti aiuto."
"Non ti preoccupare"
"Venga signora. Lei aspetti fuori!"
"No, perchè? Voglio entrare anch'io! Sono il marito!"
"Appunto"
Appunto? Stronzo! Io ti rompo a metà. Bastardo! Io voglio stare vicino a mia moglie.
Non esce Silvia.
Quelle troie delle infermiere mi guardano male. Tutte troie le infermiere. Tutte troie le donne.
Mio padre aveva ragione. Diceva: " Le donne bisogna trattarle a Cazzo e cazzotti".
Un uomo è uomo quando si fa rispettare dalla moglie.
Se ripenso a quel dottore mi viene una vampata di fuoco dallo stomaco. Bastardo. Magari è la moglie che mena a lui. Uomo inutile. Non avrà nemmeno gli attributi da uomo.
Sicuramente la moglie ha l'amante.

"Ecco Mici mia."
"Andiamo"
Mi fissa negli occhi. Guarda come l'hanno conciata stì dottori! Ha gli occhi pieni di lacrime. Poverina.
"Si, andiamo"
"Signora, quando vuole siamo pronti ad aiutarla. Se lo ricordi!"
Stronzo. Che vuole quel medico? E dovrei pagare per questa medicazione merdosa? Ah, Governo ladro! Ah dovrebbe tornare capoccione!
" Amore, che vuole quello? Che intende dire?"
"Niente, andiamo"
Ah, come è sofferente, non riesce a parlare.
Poverina.
Ora andiamo a casa e le faccio vedere le stelle. Facciamo l'amore. Sì ne ho proprio voglia. Sì.
Certo mi fa un pò impressione con quei punti in faccia ma tanto...